La malattia del Tunnel carpale ha un andamento stagionale?

La sindrome del tunnel carpale (Stc), un disturbo che causa dolore e formicolii alla mano, sintomi che peggiorano nella stagione fredda, colpisce solo in Italia oltre due milioni di persone, ovvero il 3-4% della popolazione adulta.

Le donne hanno la peggio: tra il gentil sesso il disturbo si manifesta con una frequenza maggiore nella fascia tra i 40 e i 60 anni. Più in generale colpisce particolarmente tutte quelle persone che svolgono lavori ripetitivi con le mani: l’uso del PC si piazza al primo posto della classifica, seguono gli artigiani e chi pratica sport con sollecitazione del polso. Il disturbo si manifesta con formicolii e intorpidimento alle prime tre dita della mano, ma in alcuni casi il dolore può estendersi anche all’avambraccio. Spesso i sintomi peggiorano di notte. A questi si aggiungono debolezza nella presa e difficoltà nei movimenti fini.

Attenzione alla stagione fredda

Il freddo può accentuare i sintomi a causa della vasocostrizione, che può aumentare la compressione del nervo; diversamente  da quanto comunemente si crede, però, gli sport invernali non sono necessariamente da evitare, ma è importante utilizzare guanti termici adeguati, eseguire esercizi di riscaldamento prima dell’attività e fare pause regolari.

È consigliabile massaggiare delicatamente le mani per stimolare la circolazione ed evitare posizioni del polso forzate per lunghi periodi.

La diagnosi

L’inquadramento della sindrome del tunnel carpale si basa solitamente su una combinazione di valutazione clinica e test strumentali. L’esame fisico prevede lo studio della sensibilità, della forza e dei riflessi della mano. È poi possibile ricorrere a esami strumentali quali elettromiografia e ecografia o risonanza magnetica del polso. “Un approccio innovativo e tecnologicamente avanzato per la diagnosi e lo studio della sindrome del tunnel carpale è ora rappresentato dalla valutazione biomeccanica , ovvero un’analisi scientifica e sistematica del movimento umano che mira a studiare le forze interne ed esterne che agiscono sul corpo e come queste influenzano la mobilità”. In particolare, i sensori inerziali rappresentano uno strumento all’avanguardia e non invasivo per la valutazione biomeccanica del polso nella sindrome del tunnel carpale. Questi dispositivi miniaturizzati sono in grado di fornire dati precisi sui movimenti articolari, garantendo un approccio oggettivo per la diagnosi precoce, il monitoraggio e la prevenzione di questa condizione, nonché per la gestione della fase di riabilitazione in caso di intervento chirurgico.

Prevenzione

Esistono delle strategie e dei semplici accorgimenti per prevenire l’insorgenza della patologia: innanzitutto è importante mantenere una postura corretta mentre si lavora, specialmente se si trascorrono molte ore al computer, assicurandosi che il monitor sia all’altezza degli occhi e che le spalle siano rilassate.

E bene utilizzare una tastiera e un mouse ergonomici e regolare l’altezza della sedia e del tavolo in modo che i polsi siano in posizione neutra. Fare pause brevi ogni 30-60 ed eseguire esercizi di stretching per le mani e i polsi è utile per migliorare la flessibilità e ridurre la tensione. È inoltre possibile considerare l’uso di tutori o supporti per il polso, specialmente durante la notte o durante attività che richiedono un uso prolungato delle mani.

Terapie

Il trattamento della sindrome del tunnel carpale può essere di due tipologie: conservativo o chirurgico. La scelta dipende dalla gravità dei sintomi ma soprattutto dalla risposta ai trattamenti conservativi.

I trattamenti conservativi possono essere riassunti principalmente in: riposo e immobilizzazione del polso, terapia fisica e esercizi di stretching, farmaci antinfiammatori, iniezioni di corticosteroidi. Il trattamento chirurgico, invece, prevede una decompressione del tunnel carpale, solitamente mediante attraverso tecnica endoscopica o a cielo aperto. A posteriori dell’intervento chirurgico segue solitamente un periodo di riabilitazione volto a recuperare la funzione persa.

Effetti del Long Covid pediatrico a medio termine dall’infezione.

Uno studio internazionale su 1.300 pazienti in età pediatrica, pubblicato su eClinical Medicine (gruppo The Lancet) e coordinato dai pediatri di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS-Università Cattolica del Sacro Cuore, ha messo in evidenza nuovi dati sulle conseguenze dell’infezione da SARS CoV-2 nei bambini e nei ragazzi

Gli effetti del long Covid sui bambini possono durare fino a tre anni di distanza dall’infezione iniziale. È questo il risultato ottenuto dal lavoro di follow-up più lungo mai effettuato finora in età pediatrica sulle conseguenze dell’infezione da SARS CoV-2. Condotto su circa 1.300 pazienti di età compresa tra zero e 18 anni, seguiti presso l’Ambulatorio del Post-Covid pediatrico del Gemelli, lo studio, pubblicato su eClinical Medicine, rivista parte di The Lancet Discovery Science, si è focalizzato sui casi di Long Covid pediatrico, comparsi dopo la prima infezione o dopo le reinfezioni e sulla loro durata. Obiettivo del lavoro era descrivere le caratteristiche del Long Covid nei pazienti in età pediatrica, di valutare la presenza di fattori in grado di predire il rischio di sviluppare long Covid e di valutare il ruolo del vaccino nel prevenire il Long Covid, il rischio di reinfezioni o la comparsa di malattie autoimmuni.

Sintomi post-Covid fino a distanza dall’infezione

In questo lavoro è stato studiato l’andamento dell’infezione da Sars-CoV-2 in età pediatrica fino a trentasei mesi successivi alla prima infezione. Da questa nuova ricerca infatti emerge che, sebbene la maggior parte dei pazienti guarisca dal Covid-19, alcuni continuano a presentare sintomi ascrivibili al long Covid, fino a tre anni di distanza dall’infezione iniziale. Questo conferma l’importanza delle potenziali conseguenze di questo virus nei bambini. Molti di quelli seguiti per tre anni, dopo l’infezione iniziale, non sono riusciti a riprendere la routine di tutti i giorni, con conseguenze negative sulla capacità di frequentare regolarmente la scuola o di svolgere le classiche attività extra-scolastiche, a causa dei sintomi debilitanti riportati.

Protezione del vaccino dal long Covid

Il Covid-19 insomma può avere conseguenze importanti e durature anche sui più piccoli. Ma il vaccino è in grado di proteggere anche dal ‘dopo’ fase acuta dell’infezione e cioè dal long Covid e dalle altre complicanze? In questo studio la vaccinazione si è dimostrata un fattore protettivo contro il long Covid, anche se, come abbiamo evidenziato, questo effetto ‘scudo’ varia a seconda del numero di dosi ricevute o dall’età del paziente e questo aggiunge ulteriori informazioni e offre materia di riflessione, rispetto a quanto noto finora. Un altro dato emerso dallo studio è che, il rischio di presentare una forma grave di Covid-19, nel caso di una reinfezione che compaia nei 24-36 mesi successivi alla prima infezione, è estremamente basso.

Va detto tuttavia che, anche se raro, è possibile sviluppare il long Covid anche a seguito di una reinfezione. Inoltre, i bambini con long Covid sono a maggior rischio di presentare infezioni sintomatiche. Come già evidenziato negli adulti infine, dallo studio pubblicato su eClinical Medicine emerge anche che l’infezione dovuta al virus originale è risultata associata a un rischio maggiore di sviluppare malattie autoimmuni, nei mesi successivi all’infezione acuta.

EMICRANIA: RICONOSCERLA E CURARLA

Molto più di un semplice e banale “mal di testa”. L’emicrania è una patologia neurologica cronica e debilitante che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, rappresenta la terza patologia più frequente al mondo e la seconda per impatto disabilitante tra le malattie non mortali. Soltanto in Italia si stima che ne soffra circa il 12% della popolazione adulta, con una prevalenza tre volte maggiore tra le donne: si tratta di oltre 6 milioni di italiani, di cui 4 milioni sono donne, che fanno i conti con questo disturbo.

Attacchi ricorrenti di dolore pulsante, localizzato su un lato della testa, spesso accompagnato da nausea, vomito, fotofobia (fastidio per la luce) e fonofobia (fastidio per i rumori): gli episodi di emicrania compromettono fortemente la qualità della vita lavorativa, familiare e sociale.

Di recente, in particolare negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha fatto passi da gigante nella gestione e nel trattamento di questa patologia, con diverse opzioni terapeutiche che includono: farmaci sintomatici, come FANS e triptani, da assumere durante l’attacco; terapie preventive, utili nei casi di emicrania frequente (più di 4-5 crisi al mese) come la tossina botulinica tipo A ed ancora gli anticorpi monoclonali anti-CGRP, una delle innovazioni più promettenti degli ultimi anni, che riducono frequenza e intensità degli attacchi.

Un importante aggiornamento del 2025 da parte di AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha sancito la possibilità di combinare, con rimborso dal SSN, la tossina botulinica con farmaci anti-CGRP, aprendo nuove prospettive per i pazienti con forme più gravi e resistenti. Ma l’emicrania resta a livello generale ancora troppo sotto diagnosticata e sotto trattata: solo una piccola parte dei pazienti riceve infatti una diagnosi corretta ed accede alle terapie più innovative.

Quali sono i suggerimenti per prevenire le emicranie?

Alcuni suggerimenti utili per prevenire le emicranie includono evitare scatenanti noti come cibi ricchi di tiramina e luce intensa, mantenere uno stile di vita sano con una dieta equilibrata e regolare attività fisica, e gestire lo stress attraverso il rilassamento e la meditazione.

E’ possibile seguire una dieta specifica per ridurre le emicranie?

Alcuni alimenti possono scatenare le emicranie in alcune persone, quindi è consigliabile tenere un diario alimentare e evitare cibi noti per essere scatenanti come formaggi stagionati, cioccolato, vino rosso e caffè.

Come alleviare il mal di testa da emicrania?

E’ consigliabile riposare in un ambiente tranquillo, bere acqua, applicare una compressa fredda sulla fronte e prendere eventualmente un farmaco specifico per l’emicrania.

Ci sono rimedi naturali per l’emicrania?

Alcuni rimedi naturali che possono aiutare ad alleviare l’emicrania includono il consumo di tè allo zenzero, massaggiare le tempie con olio essenziale di menta e praticare tecniche di rilassamento come la meditazione.

Quali sono i farmaci più adatti per trattare l’emicrania?

Esistono farmaci specifici per l’emicrania come triptani e antidolorifici che possono aiutare a ridurre il dolore e i sintomi associati all’emicrania.

Quando  consultare un medico per le emicranie?

E’ consigliabile consultare un medico se le emicranie diventano più frequenti ed intense, se i farmaci da banco non forniscono un sollievo adeguato, o se sono associati ad altri sintomi come nausea, vomito o difficoltà nel parlare.

DIETA A BASSO CONTENUTO DI CARBOIDRATI

Le diete a basso contenuto di carboidrati e quelle chetogeniche (o “cheto”) sono ormai ampiamente conosciute. Una semplice ricerca su Google restituisce centinaia di milioni di risultati, segno evidente di quanto questi approcci nutrizionali siano tra i più cercati fin dal 2014.

Tuttavia, nonostante la loro vasta popolarità, si discute ancora poco del modo in cui questi regimi alimentari possano alterare i risultati delle misurazioni della composizione corporea.

In questo articolo, vedremo insieme i principi delle diete low-carb, il loro impatto sulla composizione corporea e le strategie per ottenere misurazioni accurate e affidabili.

Che cos’è una dieta a basso consumo di carboidrati?

Si parla di diete a basso contenuto di carboidrati quando l’apporto giornaliero di carboidrati viene significativamente ridotto. In genere, una dieta può essere definita low-carb se prevede un’assunzione giornaliera di carboidrati compresa tra i 50 e i 150 grammi. Le diete chetogeniche (o a bassissimo contenuto di carboidrati), invece, portano questo limite ancora più in basso, scendendo sotto i 50 grammi quotidiani.

Questi regimi alimentari tendono a escludere o a ridurre drasticamente:

  • alimenti ricchi di amido, come cereali, legumi, alcune verdure e frutta;
  • noci, semi e latticini;
  • carboidrati raffinati, come zucchero e farina;
  • diversi alimenti a basso contenuto di grassi;
  • succhi di frutta.

Quando si passa da una dieta ricca di carboidrati a una a basso contenuto, due componenti del corpo, ovvero l’acqua e il glicogeno, subiscono variazioni significative, con potenziali ripercussioni sui risultati delle analisi della composizione corporea

Componenti della composizione corporea

La composizione corporea descrive, in parole semplici, “di cosa è fatto il corpo”. Si basa su quattro componenti principali:

  • acqua presente nel grasso, nei muscoli, nel sangue e in altri fluidi corporei, sia all’interno (intracellulare) che all’esterno (extracellulare).
  • proteine che si trovano nei muscoli, negli organi e anche nelle ossa (sì, le ossa contengono proteine!);
  • minerali presenti principalmente nelle ossa e, in misura minore, nel flusso sanguigno;
  • grasso immagazzinato nelle cellule adipose (adipociti) distribuite nel corpo.

Questi quattro componenti si raggruppano in due categorie principali:

  • – massa grassa, ovvero tutto il grasso corporeo;
  • – massa magra che comprende tutto il resto: acqua, muscoli, ossa, organi e riserve di glicogeno.

Una bilancia tradizionale indica soltanto se il peso è aumentato o diminuito, ma non fornisce informazioni sul perché. La variazione è dovuta alla perdita di grasso o di acqua? I test di composizione corporea, invece, offrono una visione più approfondita, aiutando a comprendere come il corpo cambia nel tempo o in risposta a nuove abitudini, come un allenamento più intenso o una dieta ipocalorica.

In che modo le diete a basso contenuto di carboidrati influenzano l’acqua e il glicogeno?

Quando si assumono carboidrati, una parte viene immediatamente usata come energia, mentre il resto viene trasformato in glicogeno e immagazzinato nel fegato e nei muscoli. Il glicogeno non viene conservato da solo: ogni grammo trattine circa 3 grammi di acqua.

Quando si riduce l’assunzione di carboidrati, l’organismo inizia a scomporre il glicogeno per ricavare energia. Di conseguenza, le riserve di glicogeno nei muscoli diminuiscono, e con esse anche l’acqua a cui sono legate. Questo comporta una perdita di peso iniziale dovuta principalmente alla riduzione dei liquidi corporei, non del grasso.

Le diete chetogeniche, che prevedono una restrizione ancora più drastica dei carboidrati, provocano una riduzione rapida delle riserve di glicogeno e dell’acqua a esse associata. Poiché questi due elementi possono pesare diversi chili, è comune osservare una perdita di peso significativa già durante la prima settimana di una dieta cheto o low-carb.

Oltre alla riduzione di glicogeno e acqua, una dieta a basso contenuto di carboidrati può avere un leggero effetto disidratante. Il sodio (detto anche sale) gioca un ruolo chiave nella regolazione dell’acqua corporea, e la sua eliminazione è influenzata dai cambiamenti metabolici indotti dalla dieta. Quando l’apporto di carboidrati scende al di sotto di circa 50 grammi al giorno, l’organismo inizia a produrre chetoni, sottoprodotti dei grassi. La presenza di chetoni può aumentare l’eliminazione del sodio dell’organismo, causando una perdita aggiuntiva di liquidi, quindi di peso idrico.

Come ottenere misure precise quando si segue una dieta a basso consumo di carboidrati?

Poiché il corpo, all’inizio di una dieta a basso contenuto di carboidrati, subisce una riduzione del glicogeno e di acqua, confrontare i risultati ottenuti prima della dieta con quelli durante la dieta equivale a confrontare le mele con le arance. Per assicurarsi di ottenere misurazioni accurate della composizione corporea, è necessario seguire alcune accortezze.

Quando si inizia una dieta a basso contenuto di carboidrati, è necessario aspettare almeno 1-2 settimane perché il corpo si adatti completamente. Questo periodo è necessario affinché il corpo si adatti ai nuovi livelli di glicogeno e di acqua corporea. Trascorso questo periodo, è consigliabile effettuare una misurazione della composizione corporea.

Questa misurazione costituirà la vostra nuova linea di base. Finché si continua a seguire una dieta a basso contenuto di carboidrati, questa misurazione iniziale sarà un punto di confronto appropriato per monitorare i cambiamenti della composizione corporea.

Ma cosa succede se si decide di interrompere una dieta a basso contenuto di carboidrati? L’approccio resta simile: è necessario seguire una dieta ad alto contenuto di carboidrati per 1-2 settimane, quindi effettuare una nuova misurazione della composizione corporea di base.

Ricordate che una dieta a basso contenuto di carboidrati comporta una riduzione dell’acqua corporea, e che questa potrebbe variare nuovamente una volta reintrodotti i carboidrati. Per questo, confrontare i risultati della composizione corporea ottenuti durante una dieta a basso contenuto di carboidrati con quelli di una dieta ad alto contenuto potrebbe non restituire un quadro fedele dei reali cambiamenti della composizione corporea.

Inoltre, è bene prestare attenzione ad altri fattori che possono influire sull’accuratezza e sull’affidabilità dei risultati dei test di composizione corporea. Non apportate modifiche sostanziali alla dieta almeno 3 giorni prima del test!

  • È fondamentale mantenere un’idratazione costante, assumendo una quantità di liquidi simile tra un test e l’altro. Se la misurazione viene effettuata al mattino, è possibile che l’organismo sia già parzialmente disidratato: per questo, si consiglia di bere 1-2 bicchieri d’acqua almeno un’ora prima del test, così da garantire un livello di idratazione adeguato.
  • Composizione dei pasti: se si è fatta colazione prima del primo test, cercare di mangiare lo stesso pasto prima del secondo test.
  • Evitare di mangiare subito prima del test o attendere almeno due ore dopo il pasto prima di effettuarlo.
  • Evitare il consumo di diuretici, come integratori di caffeina o alcolici, in dosi elevate. Se si consumano regolarmente elevate quantità di caffeina, mantenere il consumo di caffeina/caffè invariato tra una valutazione e l’altra.
  • Anche integratori come la creatina o un’elevata assunzione di carboidrati nei giorni precedenti al test (nota come “carico di carboidrati”) possono influenzare i risultati della misurazione.

Conclusione

Le diete low-carb e chetogeniche, se ben strutturate, possono rappresentare un valido supporto all’interno di uno stile di vita sano. È però fondamentale considerare il loro impatto sul peso corporeo e, soprattutto, sulle misurazioni della composizione corporea. Effettuare le valutazioni nel momento opportuno consente di evitare risultati fuorvianti e garantisce che le analisi riflettano con precisione i reali cambiamenti del corpo.

Seguendo le strategie descritte in questo articolo, è possibile ottenere misurazioni della composizione corporea più accurate e rappresentative dei reali cambiamenti fisici.

Asma, l’impatto dell’inquinamento ambientale

 

L’asma è una malattia cronica delle vie respiratorie caratterizzata da infiammazione e restringimento dei bronchi, ovvero i tubi che trasportano l’aria nei polmoni.

Nei soggetti asmatici, le vie aeree diventano più sensibili a vari stimoli, come allergeni, fumo, inquinanti atmosferici, esercizio fisico o infezioni respiratorie.

L’asma può variare in gravità da lieve a grave, e può influenzare la qualità di vita dei pazienti.

Riconosciamo diverse forme della malattia:

  • Asma allergica: è il fenotipo più facilmente riconoscibile, che spesso inizia in età pediatrica ed è associato a una storia personale e/o familiare di malattie allergiche come eczemi, rinite allergica o allergie alimentari o farmacologiche. L’esame del muco indotto di questi pazienti prima del trattamento spesso mostra un’infiammazione delle vie aeree eosinofile. I pazienti con questo fenotipo di asma di solito rispondono bene al trattamento con corticosteroidi inalatori.
  • Asma non allergica: alcuni pazienti hanno un’asma non associata a allergie. Il profilo cellulare del muco di questi pazienti può essere neutrofilico, eosinofilo o contenere solo poche cellule infiammatorie. I pazienti con asma non allergica mostrano spesso una risposta minore a breve termine ai corticosteroidi inalatori.
  • Asma dell’età adulta (insorgenza tardiva): alcuni adulti, soprattutto donne, presentano per la prima volta l’asma in età adulta. Questi pazienti tendono a non essere allergici e spesso richiedono dosi più elevate di corticosteroidi inalatori o sono relativamente refrattari al trattamento con gli stessi. L’asma occupazionale – ossia asma dovuta a esposizioni a sostanze irritanti e tossiche sul luogo di lavoro – dovrebbe essere esclusa nei pazienti con asma dell’età adulta.
  • Asma con persistente limitazione del flusso d’aria: alcuni pazienti con asma di lunga data sviluppano una limitazione del flusso d’aria persistente o non completamente reversibile. Si ritiene che ciò sia dovuto alla rimodellazione delle pareti delle vie aeree.
  • Asma con obesità: alcuni pazienti obesi con asma presentano sintomi respiratori prominenti e poca infiammazione delle vie aeree eosinofile.

 

Una recente analisi, condotta da alcuni gruppi di ricerca europei nell’ambito del progetto EXPANSE, ha dimostrato come influiscono i fattori ambientali nell’etiopatogenesi della malattia. La ricerca è stata coordinata da Zhebin Yu, del Karolinska Institutet di Stoccolma, e i risultati sono stati pubblicati da The Lancet Regional Health – Europe. Ha coinvolto circa 350mila persone di età diverse, appartenenti a 14 coorti di paesi europei. Il fatto che i partecipanti vivessero in luoghi differenti ha permesso una comparazione personalizzata tra le loro condizioni di salute e i dati sui rischi ambientali dell’ambiente urbano, come inquinamento atmosferico, temperature esterne e livello di densità abitativa. La valutazione di tutti questi parametri si è basata anche su immagini satellitari. Durante il periodo di studio, quasi 7.500 partecipanti, fra bambini e adulti, compresi gli over 70, hanno sviluppato una forma di asma. I ricercatori hanno appurato che l’11,6% dei casi di asma poteva essere spiegato dalla combinazione di fattori ambientali avversi.

Lo studio continua…

I ricercatori sono giunti anche alla conclusione opposta: se un ambiente è favorevole, circa una persona su dieci affetta da asma non svilupperebbe la patologia. Lo studio è tuttora in corso: i ricercatori proseguiranno la loro ricerca esaminando i campioni di sangue di alcuni partecipanti per identificarne il metaboloma (ovvero l’insieme di tutti i metaboliti di un organismo biologico, le molecole che alimentano il metabolismo cellulare, ndr) al fine di comprendere meglio i meccanismi di risposta dell’organismo ai fattori ambientali.

Cosa fare in caso di crisi asmatica?

Una delle più grandi paure per chi soffre di asma, o per i genitori e i familiari dei pazienti, consiste negli attacchi di asma, o crisi asmatiche.

In caso di emergenza asmatica, è necessario tranquillizzare il pazienteaiutarlo ad assumere i farmaci di soccorso, fargli assumere una posizione comoda e attendere che la crisi finisca. Laddove non dovessero esserci miglioramenti, bisogna chiamare subito i soccorsi.

È fondamentale che le persone con asma abbiano un piano di gestione delle crisi redatto dal proprio medico e che comprendano come utilizzare correttamente i farmaci di soccorso.

 

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